CROCUS: SCHEMA DELLE SPECIE ITALIANE

Di Crocus (Zafferano selvatico) in Italia abbiamo 16 specie selvatiche spontanee, più Crocus sativus, lo Zafferano coltivato, specie sterile moltiplicata e riprodotta solo dall’uomo. In realtà ci sarebbe anche il Crocus neglectus le cui differenze però con Crocus neapolitanus sono talmente impercettibili che, non me ne vogliano i floristi, ho preferito non inserirlo nella lista. Ci sono diversi elementi diagnostici che possono aiutarci a determinare le varie specie, in basso uno schema che ho realizzato servendomi delle chiavi di identificazione e delle descrizioni del Pignatti vecchia e nuova edizione.

CROCUS VERSUS COLCHICUM

Colchicum e Crocus due generi eternamente appaiati, scambiati, discussi. Quando un Crocus o un Colchicum viene postato sui gruppi social che si occupano di riconoscimento i litigi sono assicurati! Il Crocus è il genere dello Zafferano, per la precisione lo Zafferano che usiamo in cucina è il Crocus sativus, che non cresce spontaneamente, ma viene coltivato. Tutti i Crocus nati e cresciuti spontaneamente sono altre specie (attualmente in Italia sono presenti 16 specie diverse di Crocus) e vengono o dovrebbero essere chiamati Zafferano selvatico, sono un po’ diversi tra loro e dal Crocus sativus, ma sempre Crocus sono. Poi c’è il Colchicum, una delle piante più velenose che abbiamo in Italia, che può provocare anche la morte se ingerito, come già accaduto in passato. Chiamarlo Zafferano selvatico, come ho sentito fare a volte, è molto scorretto perché genera ulteriori confusioni e perché il Colchicum non c’entra niente con lo Zafferano: è il Colchicum ad essere velenoso e non lo Zafferano selvatico!

Vediamo le somiglianze: appartengono entrambi alla classe delle Monocotiledoni, quindi le foglie sono più o meno lanceolate-lineari con nervature parallele e margine intero; i fiori sono solitari ed hanno una struttura con simmetria trimera (tepali = 3+3, carpelli = 3, stili e stimmi = 3), il frutto è una capsula costituita da 3 valve; entrambi sono provvisti di un bulbotubero sotterraneo che funge da organo di riserva. Le somiglianze finiscono qui.

Passiamo alle differenze: prima descrivendo la struttura del fiore ho evitato di citare gli stami, essi infatti sono l’elemento fondamentale per distinguere i due generi: infatti mentre nei Crocus gli stami sono soltanto 3 (come in tutte le Iridaceae, la famiglia a cui esso appartiene), in Colchicum (famiglia Colchicaceae) gli stami sono invece 6. La presenza di soli 3 stami nei Crocus, e in tutte le altre Iridaceae, è un elemento alquanto eccezionale, visto che in tutte le altre Monocotiledoni (tranne Poaceae e Orchidaceae) il numero di stami è sempre 6, e direi anche una fortuna essendo un elemento così facilmente osservabile che ci permette di distinguere i due generi in modo così netto e preciso senza alcuna incertezza. Unica eccezione è Colchicum gonarei, presente solo in Sardegna, che ha solo 4 stami anziché 6.

Un altro elemento che può aiutare a distinguere le due piante sono le foglie. Anche in questo caso è presente un fenomeno alquanto eccezionale, questa volta nel Colchicum, che può aiutarci nella determinazione. I Colchicum, infatti hanno un ciclo vitale molto particolare: producono, generalmente in agosto-settembre, soltanto i fiori, mentre le foglie ed i frutti compariranno soltanto nella primavera successiva per poi sparire nuovamente alla fioritura. Sembrerà quindi verificarsi l’assurdo caso in cui i frutti compaiono qualche mese prima dei fiori, mentre in realtà quei frutti sono relativi alla fioritura dell’anno precedente! I Crocus invece, come avviene nella maggior parte dei casi, hanno le foglie presenti contemporaneamente alla fioritura. Attenzione però, perché ci sono delle eccezioni che possono portarci sulla pista sbagliata. In Crocus ligusticus le foglie sono assenti alla fioritura, quindi potrebbe confondersi con un Colchicum, ma soprattutto esistono in Italia 3 specie di Colchicum (C.bulbocodium, C.cupanii e C.triphyllum) che hanno foglie presenti in concomitanza dei fiori! Ho notato poi, con preoccupazione, che molte persone utilizzano come carattere distintivo il periodo di fioritura. Ebbene, innanzitutto precisiamo che il periodo di fioritura non è un carattere costante e sicuro poiché può essere influenzato da diversi fattori come il clima di quell’anno, l’altitudine, la latitudine, etc. Normalmente si tende a considerare il Colchicum a fioritura estiva, mentre il Crocus a fioritura primaverile, ma questo è vero solo in parte. Innanzitutto per molti Colchicum la fioritura può prolungarsi fino ad ottobre-novembre, mentre in alcuni casi (Colchicum bulbocodium e Colchicum triphyllum che fioriscono tra gennaio e aprile) la fioritura addirittura si sovrappone completamente a quella dei Crocus. Alcuni Crocus inoltre (Crocus thomasii, Crocus ligusticus, Crocus longiflorus) sono a fioritura autunnale (settembre-dicembre), dunque la loro fioritura si sovrappone a quelle di molte specie di Colchicum. Riepilogando l’unico metodo sicuro per distinguere un Crocus da un Colchicum è contare il numero degli stami che sono 3 nei Crocus e 6 nei Colchicum (e no degli stimmi che sono 3 sia nei Crocus che nei Colchicum)

FORMULE FIORALI:
Crocus           *, P 3+3, A 3, G (3), ovario infero
Colchicum    *, P 3+3, A 6, G (3), ovario supero

Periodio di fioritura delle principali specie italiane di Crocus e Colchicum
Crocus suaveolens  gen-mar
Crocus biflorus  gen-apr  nov-dic
Crocus variegatus  gen-mar
Crocus vernus  mar-giu
Crocus thomasii  set-dic
Crocus ligusticus  ago-ott
Crocus longiflorus set-dic

Colchicum gonarei  ago-nov
Colchicum alpinum  giu-set
Colchicum cupanii  ago-nov
Colchicum triphyllum  gen-mag  nov-dic
Colchicum verlaqueae ago-ott
Colchicum longifolium  ago-nov
Colchicum neapolitanum  ago-nov
Colchicum bivonae  ago-ott
Colchicum lusitanum lug-nov
Colchicum autumnale lug-set
Colchicum bulbocodium  gen-apr

BALLOTA CONTRO MARRUBIO

Due piante che spesso vengono confuse tra loro sono Ballota nigra e Marrubium vulgare: appartengono alla famiglia delle Lamiaceae, hanno foglie molto simili ed entrambe emanano un odore caratteristico considerato generalmente sgradevole. A confondere ulteriormente le acque è il loro nome comune italiano: vengono infatti chiamate tutte e due Marrubio! In fioritura le piante sono facilmente distinguibili poiché la Ballota ha fiori con corolla rosa, viola, lillà, mentre il Marrubium ha fiori bianchi, ma l’elemento che vi dà l’assoluta certezza della determinazione è il calice, elemento tra l’altro facilmente osservabile: Ballota nigra ha il calice con 5 denti, Marrubium vulgare invece con 10. Altro elemento che può aiutare nella determinazione è l’habitat, ho notato che Ballota predilige ambienti più umidi rispetto a Marrubium che si trova quasi sempre in zone aride, inoltre secondo la mia esperienza la Ballota è più comune del Marrubium, anche se molto spesso essa viene confusa con quest’ultimo. Dicevamo che il problema sorge prima della fioritura, andiamo allora a confrontare le foglie, vorrei premettere però che senza fiori e frutti le determinazioni hanno sempre un tasso abbastanza alto di errore. La Ballota ha la lamina fogliare di forma ovato-lanceolata, quindi più allungata, mentre il Marrubium ha una foglia che va dalla forma ovata a reniforme a orbicolare (circolare). Altro elemento importante è l’apice della foglia che in Ballota è quasi sempre acuto, mentre in Marrubium l’apice è ottuso e arrotondato, mai acuto. Il margine è crenato o dentato in Ballota, crenato e mai dentato in Marrubium dove spesso il margine è anche ondulato e increspato. Le nervature sono reticolate in entrambe le specie, in Marrubium risultano molto più marcate, sprofondate ed emergenti nella pagina inferiore, elemento che rende le foglie del Marrubium di consistenza più dura al tatto, mentre le foglie di Ballota sono più sottili e tenere. Infine le piante sono entrambe pubescenti, il fusto di Ballota è caratterizzato da peli rivolti verso il basso, mentre la pagina inferiore delle foglie del Marrubium è densamente tomentosa, bianca lanosa.

FRUTTI, FRUTTI MULTIPLI, FRUTTI COMPOSTI E FALSI FRUTTI

Quando si parla di frutti c’è molta confusione in giro, proverò a fare un po’ di chiarezza. Quella che comunemente chiamiamo Noce, cioè il frutto di Juglans regia, in realtà in termini botanici non è una noce, ma una drupa dove il frutto vero e proprio (pericarpo) è costituito dal mallo esterno che avvolge la noce e dal guscio legnoso che costituisce la parte più interna del frutto (endocarpo), come avviene pure nel caso delle Mandorle, il frutto di Prunus dulcis. Quello che poi andiamo a mangiare, in pratica il gheriglio della noce o la mandorla, è il seme. Stesso discorso vale con i Pistacchi (Pistacia vera) e la Noce di cocco (Cocos nucifera) che pur sembrando noci sono in realtà anch’esse delle drupe (il Cocco tra l’altro è anche il seme più grande del mondo), mentre quelle che comunemente chiamiamo Noccioline o Arachidi sono i semi di un legume che si sviluppa sotto terra! (Arachis hypogaea). Le vere noci sono le Ghiande (frutti di Quercus), le Castagne (frutti di Castanea), le Faggiole (frutti di Fagus, Faggio) e le Nocciole (frutti di Corylus, Nocciolo). Anche qui quello che poi andiamo a mangiare è il seme della pianta, mentre il frutto nel caso della Castagna è la buccia coriacea, nel caso della Nocciola è la parte legnosa esterna. Attenzione perché il riccio delle castagne non è il vero frutto, come ricordo mi spiegarano alle elementari, e lo stesso dicasi per la cupola che ricopre la ghianda, poiché queste strutture si sviluppano da altre parti del fiore e non dall’ovario. Nel caso dell’Ippocastano (Aesculus hippocastanum), che produce un frutto volgarmente chiamato Castagna matta, simile alla Castagna e spesso con essa confuso, il vero frutto invece è proprio il rivestimento spinoso esterno, mentre la Castagna matta è il seme (nello specifico si tratta di un frutto a capsula). Dunque spesso quelli che noi mangiamo pensando siano frutti sono in realtà semi (Noce, Castagna, Nocciola, Mandorla, Noce di cocco, Arachidi, Fagioli, Ceci, Piselli, Soia), ma a volte capita anche il contrario, ossia quelli che chiamiamo semi a volte in realtà sono frutti. E’ il caso dei semi di Finocchietto (Foeniculum vulgaris), Cumino (Cuminum cyminum), Coriandolo (Coriandrum sativum), Aneto (Anethum graveolens), Anice (Pimpinella anisum) che in realtà sono frutti schizocarpici (diacheni) tipici della famiglia delle Apiaceae a cui queste piante appartengono; o dei cereali come Frumento, Farro, Orzo, Avena, Mais, Riso, Miglio, Sorgo che in realtà sono frutti chiamati cariossidi (tipici della famiglia delle Poaceae); ma anche i semi di Girasole (Helianthus annuus) sono frutti (il frutto è rappresentato dal guscio coriaceo esterno che viene eliminato prima della consumazione). Passando ai frutti carnosi l’errore che si commette più spesso è confondere le More (Rubus ulmifolius) o i Lamponi (Rubus idaeus) con le More del Gelso (Morus): nel primo caso il frutto deriva da un unico fiore che ha il pistillo formato da molti ovari separati ognuno dei quali darà vita ad una piccola drupa (frutto multiplo detto drupeto); nel secondo caso il frutto deriva da più fiori ognuno dei quali darà vita ad un piccolo frutticino che a sua volta costituirà il frutto del Gelso (frutto composto o infruttescenza detta soroso). Un altro tipo di frutto composto (sicono), ossia derivante da più fiori, è il Fico dove il frutto che mangiamo in realtà è costituito dal ricettacolo carnoso ingrossato che contiene al suo interno i veri frutti provenienti ognuno da un fiore. Altro caso sono le Fragole (Fragaria vesca) e i frutti della Rosa canina (detti cinorrodi): anche qui quello che chiamiamo frutto è in realtà il ricettacolo ingrossato e divenuto carnoso, mentre i veri frutti sono costituiti dagli acheni che si trovano saldati sulla superficie del ricettacolo carnoso (conocarpo) nel caso della Fragola o che si trovano liberi all’interno del ricettacolo nel caso della Rosa, solo che qui a differenza del Fico, i frutticini derivano da un unico fiore con pistillo costituito da molti ovari separati (si tratta dunque di un frutto multiplo come quello delle More del Rovo). Altro caso sono tutti quei frutti che comunemente consumiamo, ma che consideriamo ortaggi e non frutti: Pomodori, Peperoni, Melanzane che sono bacche, o Zucchine, Zucche e Cetrioli che sono un tipo particolare di bacca chiamata peponide. Mele, Pere, Nespole, Sorbe sono invece dei falsi frutti (angiocarpi) detti pomi, derivanti da un ovario infero saldato al ricettacolo che con la maturazione si ingrossa insieme all’ovario e diviene carnoso: quello che in realtà mangiamo in questi frutti è proprio il ricettacolo, mentre il vero frutto (pericarpo) è rappresentato da quello che comunemente chiamiamo torsolo.

Studio sulle Asteraceae

Ho preso in esame 117 generi della flora spontanea italiana appartenenti alla famiglia delle Asteraceae e li ho divisi in categorie utilizzando come elementi caratterizzanti la tipologia di fiore e il pappo. Nelle Tubuliflorae ho inserito tutti i generi aventi capolino con soli fiori tubulosi; nelle Asteroideae ho inserito tutti i generi aventi capolino con fiori tubulosi formanti un disco centrale e fiori ligulati periferici formanti un raggio petaloide (struttura dell’infiorescenza tipo Margherita); infine nelle Cichorioideae ho inserito tutti i generi aventi capolino con soli fiori ligulati. Ho suddiviso a sua volta le Tubuliflorae in Tubuliflorae non spinose e Tubuliflorae spinose (comunemente definite Cardi), considerando come spinosi solo quei generi con spine su foglie e fusto (dunque il genere Centaurea e altri che comprendono specie con squame involucrali spinose, ma assenza di spine su foglie e fusto, sono stati inseriti nelle Tubuliflorae non spinose). Tale suddivisione è botanicamente scorretta, solo per le Cichorioideae la categoria che ho utilizzato nei grafici corrisponde esattamente alla categoria botanica della sottofamiglia Cichorioideae. Per quei generi, all’interno dei quali esistono specie appartenenti a più di una categoria (Bidens, Erigeron, Matricaria, Petasites, Senecio, Tanacetum, Leucanthemum), ho scelto la categoria alla quale appartenevano la maggioranza delle specie presenti in quel genere (ad esempio ho inserito Bidens nelle Asteroideae, pur se B.frondosa e B.tripartita hanno solo fiori tubulosi). Il genere Scolymus, pur sembrando esteticamente un cardo, è stato inserito nelle Cichorioideae avendo capolini con tutti fiori ligulati. Il genere Pentanema è stato inserito nelle Asteroideae pur sembrando appartenere alle Tubuliflorae, poiché ha i fiori ligulati periferici molto brevi e non superanti le squame involucrali. Per quanto riguarda il pappo ho diviso i generi nelle categorie “Pappo a soffione” e “No soffione”: nella prima categoria rientrano tutti i generi con pappo peloso e appariscente tipo il soffione del Tarassaco; nella seconda categoria rientrano invece sia i generi con pappo presente ma rudimentale, poco appariscente e comunque mai a forma di soffione (sottocategoria che ho chiamato “Pappo non a soffione”), sia i generi con pappo completamente assente (“Pappo nullo”). Dunque i termini pappo e soffione non possono essere utilizzati come sinonimi. Ho ulteriormente suddiviso la categoria “Pappo a soffione” in “Soffione semplice”, dove rientrano i generi con pappo formato da peli semplici, e “Soffione peloso”, in cui rientrano i generi con pappo formato da peli piumosi. Le caratteristiche del pappo sono legate alle strategie di disseminazione, le piante che hanno un pappo sviluppato e peloso a forma di soffione utilizzano un tipo di disseminazione anemocora, mentre quelle con pappo rudimentale o nullo utilizzano altri sistemi di dispersione dei frutti/semi  (disseminazione barocora).

Osservazioni
1)Le tre tipologie di capolino sono distribuite abbastanza equamente all’interno della famiglia, non ci sono categorie che dominano numericamente nettamente su altre: abbiamo infatti 42 generi di Tubuliflorae (in cui sono compresi 15 generi di Cardi), 42 generi di Asteroideae e 33 generi di Cichorioideae.

2)La prima sorpresa arriva dal pappo: pur essendo un elemento spesso associato alle Asteraceae, scopriamo infatti che quasi la metà dei generi non possiede un pappo a forma di soffione; in particolare quasi il 30% dei generi possiede un pappo rudimentale, molto breve o comunque di forma diversa (categoria “pappo non a soffione”), mentre in quasi il 20% dei generi il pappo non è proprio presente (categoria “pappo nullo”).

3)All’interno della categoria “pappo a soffione” Tubuliflore e Cichorioideae hanno il maggior numero di generi: possiamo dire, dunque, che questa struttura è più comune in questi due gruppi, è meno presente nelle Asteroideae (le Margherite), alle quali appartengono infatti il 50% dei generi con pappo non a soffione, e quasi il 60% di tutti i generi con pappo nullo.

4)Nella categoria “pappo non a soffione” ritroviamo solo il 18,9% di generi delle Cichorioideae e il 5,7% dei Cardi, dunque in queste due categorie l’assenza di un pappo a forma di soffione è rara; nella categoria “pappo nullo” i generi delle Cichorioideae sono sempre il 19% mentre non troviamo generi di Cardi. Dunque il soffione è un elemento ancor più caratteristico dei Cardi che delle Cichorioideae, due categorie in cui è difficile non trovare un pappo a forma di soffione, nei Cardi addirittura non vi sono generi con pappo nullo. Ricordiamo che alle Cichorioideae appartiene il genere Taraxacum, il soffione per eccellenza, e il genere Tragopogon con il soffione più grande in assoluto (da cui anche il nome Barba di becco).

4)Il soffione con peli semplici lo ritroviamo in tutte le categorie, mentre il soffione con peli piumosi è assente nelle Tubuliflorae non spinose e nelle Asteroideae.

5)All’interno delle Asteroideae il 64% dei generi non ha un pappo a soffione e ben il 30% quasi dei generi ha pappo nullo: diciamo dunque che, come visto anche prima, questi dati confermano che il soffione non è un elemento comune nelle “Margherite” che hanno scelto altre strategie riguardo alla disseminazione.

6)Nelle Cichorioideae la situazione è ribaltata invece: qui troviamo ben il 70% di generi con pappo a soffione e solo il 12% dei generi ha un pappo nullo. Per quanto riguarda la tipologia di soffione vi è completa parità: metà dei generi hanno un soffione semplice, l’altra metà soffione piumoso.

7)Anche nelle Tubuliflorae la maggioranza dei generi ha un pappo a soffione anche se qui la percentuale scende al 60%. La situazione cambia però se ci spostiamo all’interno delle due sottocategorie Tubuliflorae non spinose e Tubuliflorae spinose: infatti mentre nella prima la situazione è di assoluta parità tra generi con pappo a soffione e generi con pappo non a soffione con quasi il 20% dei generi con pappo nullo, nella seconda categoria (quella dei Cardi) l’80% dei generi ha un pappo a soffione e il restante 20% un pappo di forma diversa ma comunque sempre presente (0% pappo nullo). Inoltre, sempre nei Cardi, la maggior parte dei generi ha un soffione piumoso (il 53%), mentre il 26% dei generi ha un soffione semplice.

 

 

 

 

 

L’IMPORTANZA DELLE SILIQUE

Le foglie da sole non sempre ci consentono di identificare una specie, in alcuni casi esse possono essere molto simili all’interno dello stesso genere o della stessa famiglia, in altri casi ancora, rari per fortuna, con le sole foglie è difficile addirittura determinare con certezza la famiglia botanica. E’ utile sapere che, per quanto riguarda la classificazione delle piante, ogni famiglia, genere e specie abbia degli elementi morfologici caratteristici la cui osservazione ci permette di riconoscere il gruppo di piante nel quale ci stiamo muovendo. In genere questi elementi sono i fiori e i frutti o parti di essi, ma ciò non esclude che vi possano essere altre strutture della pianta che svolgano la funzione di “segno di riconoscimento” facilitando il nostro compito. In definitiva il segreto è conoscere per ogni famiglia, genere e specie quali sono gli elementi della pianta da osservare con più attenzione, spesso infatti le persone inesperte fanno fatica a riconoscere le piante proprio perchè osservano le parti sbagliate o non sanno cosa osservare. Le Brassicaceae sono una famiglia che comprende numerose specie spontanee di notevole interesse per i foragers, quindi è importante conoscerla accuratamente, al suo interno troviamo alcune piante che hanno foglie molto simili e che per questo possono confondersi tra loro, ma se andiamo ad osservare con attenzione le silique (i frutti), il loro segno di riconoscimento in questo caso, ci accorgiamo che le differenze sono evidenti!